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mercoledì 5 settembre 2012

Tu lo riconoscerai?


 Ecce Homo (Particolare), 1871 
Antonio Ciseri 

E' in gioco il nostro destino eterno

    Gesù ci esorta a vivere con coerenza la nostra fede in lui, poiché dall’atteggiamento che avremo assunto nei Suoi confronti durante la nostra esistenza terrena, dipende il nostro eterno destino.
Se lo avremo riconosciuto – Egli dice – davanti agli uomini, gli daremo motivo di riconoscerci davanti al Padre suo; se, al contrario, lo avremo rinnegato davanti agli uomini, ci rinnegherà anche lui davanti al Padre. [...]

      Gesù richiama il premio o il castigo, che ci attendono dopo questa vita, perché ci ama.
Egli sa, come dice un Padre della Chiesa, che a volte il timore di una punizione è più efficace di una bella promessa. Per questo alimenta in noi la speranza della felicità senza fine e nello stesso tempo, pur di salvarci, suscita in noi il timore della condanna.

      Quel che gli interessa è che arriviamo a vivere per sempre con Dio.
E’, del resto, l’unica cosa che conta; è il fine per cui siamo stati chiamati all’esistenza: solo con lui, infatti, raggiungeremo la completa realizzazione di noi stessi, l’appagamento pieno di tutte le nostre aspirazioni [...]

Gesù, al termine del nostro cammino terreno, non farà altro dunque che confermare, davanti al Padre, la scelta operata da ciascuno sulla terra, con tutte le sue conseguenze. E, con il riferimento all’ultimo giudizio, Egli ci mostra tutta l’importanza e la serietà della decisione che noi prendiamo quaggiù: è in gioco, infatti, la nostra eternità. [...]

      Decidiamoci allora a riconoscerlo
davanti agli uomini con semplicità e franchezza.
Vinciamo il rispetto umano. Usciamo dalla mediocrità e dal compromesso, che svuotano di autenticità la nostra vita anche come cristiani. [...]
Diamo questa testimonianza anzitutto col nostro comportamento: con l’onestà della vita, con la purezza dei costumi, col distacco dal denaro, con la partecipazione alle gioie e sofferenze altrui.
Diamola in modo particolare con il nostro reciproco amore, la nostra unità, in modo che la pace e la gioia pura, promesse da Gesù a chi gli è unito, ci inondino l’animo fin da quaggiù e trabocchino sugli altri.

      E a chiunque ci chiederà perché ci si comporta così, perché si è così sereni, pur in un mondo tanto travagliato, rispondiamo pure, con umiltà e sincerità, quelle parole che lo Spirito Santo ci suggerirà, dando così testimonianza a Cristo anche con la parola, anche sul piano delle idee.

(Chiara Lubich, Parola di vita - agosto 2012
pubblicato per intero sulla rivista "Città Nuova" - 1984/12, pp. 10-11,
in internet: 
http://www.focolare.org/it/news/2012/08/01/agosto-2012/,
[Grassetti, corsivi e colori aggiunti da me])


«Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, 
anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 
chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, 
anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli»
(Vangelo di Matteo 10, 32-33)

domenica 6 novembre 2011

Veglia bene chi ama




«Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora»
(Matteo 25,13)


Vegliate, dunque

      Ma come vegliare? 
Innanzitutto, lo sappiamo, veglia bene proprio chi ama.
Lo sa la sposa che attende il marito che ha fatto tardi al lavoro o che deve tornare da un viaggio lontano;
lo sa la mamma che trepida per il figlio che ancora non rincasa;
lo sa l’innamorato che non vede l’ora d’incontrare l’innamorata…
Chi ama sa attendere anche quando l’altro tarda.

     Si attende Gesù se lo si ama e si desidera ardentemente incontrarlo.

E lo si attende
amando concretamente, servendolo ad esempio in chi ci è vicino, o impegnandosi alla edificazione di una società più giusta.

È Gesù stesso che ci invita a vivere così raccontando la parabola del servo fedele che, aspettando il ritorno del padrone, si prende cura dei domestici e degli affari della casa; o quella dei servi che, sempre in attesa del ritorno del padrone, si danno da fare per far fruttificare i talenti ricevuti.

"Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora"

      Proprio perché non sappiamo né il giorno né l’ora della sua venuta, possiamo concentrarci più facilmente nell’oggi
che ci è dato, nell’affanno del giorno, nel presente che la Provvidenza ci offre da vivere».


(Chiara Lubich, Parola di Vita - Novembre 2002,

pubblicata per intero su "Città Nuova" (Rivista), 2002/20, p. 7, 
in internet: http://www.focolare.org/it/news/2011/11/01/novembre-2011/
[Grassetti, corsivi e colori aggiunti da me])

martedì 16 agosto 2011

Solo chi ama non si stanca di ripetere

"Solo chi ama
comprende il Rosario
.

Perché solo chi ama
non si stanca 
di ripetere
le stesse parole d'amore
".

(Chiara Lubich, Detti Gen, Città Nuova, 1999, p. 14, n.2)


*  *  *

«I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali,
intorno e dentro sono costellati di occhi;
giorno e notte non cessano di ripetere
:
"Santo, santo, santo
il Signore Dio, l'Onnipotente, 
Colui che era, che è e che viene!"».
(Ap 4, 8)


«Nel glorificare il Signore,
esaltatelo 
quanto più potete,
perché non sarà mai abbastanza.
Nell'esaltarlo moltiplicate la vostra forza,
non stancatevi, perché non finirete mai».
(Siracide 43, 30)

domenica 8 maggio 2011

Non il caso, ma l'Amore

Greg Olsen, Lost No More (Non più perduto), 1997


Un disegno d'amore

    Gesù sa che
la sua passione non è un evento fortuito, né semplicemente una decisione degli uomini, ma un disegno di Dio. Sarà processato e rifiutato dagli uomini, ma il “calice” viene dalle mani di Dio.

    Gesù ci insegna che
il Padre ha un suo disegno d’amore su ciascuno di noi, ci ama di amore personale e, se crediamo a questo amore e se corrispondiamo col nostro amore – ecco la condizione -, egli fa finalizzare ogni cosa al bene
Per Gesù nulla è successo a caso, neppure la passione e la morte.

    E
poi ci fu la Risurrezione, la cui solenne festa celebriamo in questo mese. L’esempio di Gesù, Risorto, deve essere di luce per la nostra vita
    Tutto quanto arriva, quanto succede, quello che ci circonda e anche tutto quanto ci fa soffrire dobbiamo saperlo leggere come volontà di Dio che ci ama o una permissione di lui che ancora ci ama.

    Allora tutto avrà senso nella vita
, tutto sarà estremamente utile, anche quello che sul momento ci pare incomprensibile e assurdo, anche quello che, come per Gesù, può farci piombare in un’angoscia mortale. Basterà che, insieme a lui, sappiamo ripetere, con un atto di totale fiducia nell’amore del Padre:
«Non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36).

(Chiara Lubich,
Parola di Vita - Aprile 2003
pubblicata per intero su Città Nuova (Rivista), 2003/6, p. 7,
in internet: 
http://www.focolare.org/it/news/2011/04/01/it-aprile-2011



«Del resto, noi sappiamo che
tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio
per coloro che sono stati chiamati secondo il Suo disegno»
(Lettera ai Romani 8, 28 - Nuovo Testamento, Bibbia)

sabato 9 ottobre 2010

Cos'è il perdono

Condivido con voi questa riflessione sul perdono.
E' forse la più bella e precisa descrizione del perdono che io abbia mai incontrato.



    Il perdono non è dimenticanza che spesso significa non voler guardare in faccia la realtà. 

    Il perdono non è debolezza, e cioè non tener conto di un torto per paura del più forte che l'ha commesso.    
     Il perdono non consiste nell'affermare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male.
     Il perdono non è indifferenza

    Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi di libertà, che consiste nell'accogliere il fratello e la sorella così com'è, nonostante il male che ci ha fatto, come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri difetti.
     Il perdono consiste nel non rispondere all'offesa con l'offesa, ma nel fare quanto Paolo dice: "Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male" (Rm 12, 21) .
     Il perdono consiste nell'aprire a chi ti fa del torto la possibilità d'un nuovo rapporto con te, la possibilità quindi per lui e per te di ricominciare la vita, d'aver un avvenire in cui il male non abbia l'ultima parola.
    [...]
    Solo un atteggiamento di perdono, sempre rinnovato, può mantenere la pace e l'unità tra fratelli. [...]
Occorre far l'abitudine a vederli con occhio nuovo e nuovi loro stessi, accettandoli sempre, subito e fino in fondo, anche se non si pentono.
Si dirà: "Ma ciò è difficile". Si capisce. Ma qui è il bello del cristianesimo. Non per nulla siamo alla sequela di Cristo che, sulla croce, ha chiesto perdono al Padre per coloro che gli avevano dato la morte, ed è risorto.
Coraggio. Iniziamo una vita così, che ci assicura una pace mai provata e tanta gioia sconosciuta.


(Chiara Lubich, Parola di vita - settembre 1999 
pubblicato per intero su Città Nuova 1999/15-16, p.41)

"Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette"
(Matteo 18, 22)

giovedì 4 marzo 2010

La tua vita mi ha detto: ‘Ama anche tu!’

Ecco una piccola storia semplice semplice, ma con un bel messaggio...

“In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa,
potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà,
e niente vi sarà impossibile” (Mt 17,20)


[...]
    E’ facile perdersi d’animo di fronte a gente che ha tutt’altri interessi che il Regno di Dio. Sembra un compito impossibile. [...]
Alle volte, di fronte a difficoltà insormontabili può nascere la tentazione di non rivolgersi nemmeno a Dio. La logica umana suggerisce: basta, tanto non serve.
Ecco allora che Gesù esorta a non scoraggiarsi e a rivolgersi a Dio con fiducia. Egli, in un modo o nell’altro, esaudirà. Così è successo a Lella.

    Erano trascorsi alcuni mesi dal giorno in cui aveva affrontato piena di speranza il nuovo lavoro nel Belgio tra fiamminghi. Ma ora un senso di sgomento e di solitudine le attanagliava l’anima. Sembrava che tra lei e le altre ragazze con cui lavorava e viveva si fosse eretta una barriera insormontabile.
Si sentiva isolata, straniera tra quella gente che avrebbe voluto soltanto servire con amore.     Tutto dipendeva dal dover parlare una lingua che non era né sua, né di chi l’ascoltava. Le avevano detto che in Belgio tutti parlavano il francese e se l’era imparato, ma, venuta a contatto diretto con quel popolo, s’era accorta che i fiamminghi studiano il francese soltanto a scuola e in genere lo parlano malvolentieri.
Tante volte aveva tentato di spostare quella montagna di emarginazione che la teneva lontana dalle altre, ma invano. Che poteva fare per loro?
    Vedeva ancora davanti a sé il volto della sua compagna Godeliève pieno di tristezza. Quella sera si era ritirata nella sua stanza senza toccar cibo.
Lella aveva tentato di seguirla, ma si era arrestata davanti alla porta della sua camera, timida e titubante. Avrebbe voluto bussare… ma quali parole usare per farsi intendere? Era rimasta lì per qualche secondo, poi si era arresa ancora una volta.
    La mattina dopo entrò in chiesa e si mise in fondo, fra le ultime sedie, col viso tra le mani per non far scorgere ad alcuno le lacrime. Era quello l’unico posto dove non occorreva parlare un’altra lingua, dove non era neppure necessario spiegarsi, perché c’era Qualcuno che capiva al di là delle parole. Fu la certezza di quella comprensione che la fece ardita, e con l’anima angosciata chiese a Gesù: “Perché non posso dividere con le altre ragazze la loro croce e dire quelle parole che Tu stesso mi hai fatto capire quando Ti ho trovato: che ogni dolore è amore?”.
    E stava davanti al tabernacolo quasi ad attendere una risposta da Chi nella vita le aveva illuminato ogni buio.
Abbassò gli occhi sul Vangelo di quel giorno e lesse: “Confidate – abbiate fede – ho vinto il mondo” . Quelle parole scesero come olio nell’anima di Lella, ed ebbe una grande pace.
    Rientrando per la colazione si imbatté subito in Annj, la ragazza che badava all’ordine della casa. La salutò e la seguì fino alla dispensa; poi, senza parlare, cominciò ad aiutarla nel preparare la colazione.
La prima a scendere dalle stanze fu Godeliève. Veniva in cucina a cercarsi il caffè, in fretta per non veder nessuno. Ma lì si arrestò: la pace di Lella aveva toccato il suo animo in modo più forte di qualunque parola.
    Quella sera, sulla strada del ritorno verso casa, Godeliève raggiunse Lella con la bicicletta e, sforzandosi di parlare in modo a lei comprensibile, le sussurrò: “Non sono necessarie le tue parole; oggi la tua vita mi ha detto: ‘Ama anche tu!’”.
La montagna si era spostata.

(Chiara Lubich, Parola di Vita, settembre 1979, pubblicata su Essere la tua Parola/2. Chiara Lubich e cristiani di tutto il mondo, Roma 1982, p. 71-74 -
Disponibile in Internet all'indirizzo: http://www.focolare.org/articolopdv.php?codart=6974)


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